Il
destino non esiste.
Boom!
Classica
affermazione anticonformista che rende chi la fa il leader dei conformisti.
Sono d’accordo. Proviamo, però, solo per qualche minuto a dare fiducia a questa
idea.
Il
destino non esiste.
Senza
entrare nel merito di religioni e culture, basiamoci solo sull’accettare o meno
di essere alla guida di un treno, lungo quanto vogliamo, veloce o lento a
seconda delle situazioni, che si riempie di ricordi ad ogni stazione, che
subisce manutenzioni programmate, che affronta neve, vento, pioggia, freddo,
ghiaccio, che mostra grande forza, e che un giorno, naturalmente, finisce la
sua ultima corsa, com’è giusto che sia.
Tutto
molto bello, emozionante, a tratti toccante.
Ma
il problema dell’accettazione resta. Perché durante tutto lo scorrere del ciclo
di vita di questo treno c’è una serie di elementi che sfugge al nostro
controllo.
Primo
tra tutti: questo dannato treno non ha un manubrio.
Non
ce l’ha, ho cercato ovunque! Non c’è! Qualcun altro per te muove gli scambi e
decide quale sarà il tuo binario, qualcun altro per te ha già deciso gli orari
delle partenze e degli arrivi, dandoti l’illusione di poter scegliere la
velocità agendo su freno ed acceleratore, qualcun altro per te ha deciso chi
salirà sul treno e quando scenderà, qualcun altro per te ha deciso che non è
più conveniente una manutenzione ma è necessaria una dismissione.
Questo
è ciò che è pronto ad accettare chi crede nell’esistenza del destino.
Questo
è ciò che è pronto a vivere chi ha in mente un programma dettagliato della
propria esistenza, depositato agli atti in un archivio universale infinito che
qualche pazzo onnipotente si è divertito a creare ma che mai leggerà, se non a
campione, così, per controllare che tutto vada secondo i piani.
Proviamo
ora ad ammettere la possibilità che il destino non esista, che quel pazzo
onnipotente tanto pazzo non sia e che non abbia sprecato parte delle sue seppur
infinite risorse per creare uno stupido inutile archivio con miliardi di nomi,
luoghi, amori, lutti, gioie, sofferenze, incontri.
Immaginiamo
che, invece, quel pazzo abbia un piano più vasto, a noi incomprensibile, che
esula da quella che sarà la nostra vita. Sia che ci chiamiamo Steve Jobs, che
John Smith.
Le
nostre vite, i nostri passaggi sulla terra a lui servono per tenerla viva, in
un’ottica più ampia di equilibri di energie cosmiche.
Chi
si illude di cambiare il mondo, magari lo fa davvero, ma vi assicuro che dalla
Luna non si nota. Figuriamoci da pianeti distanti anni luce dal nostro.
Non
c’è un piano per la nostra vita semplicemente perché sarebbe inutile in una
concezione di enormi cifre.
La nostra vita è in mano a noi. Possiamo
scegliere o meno di sorridere alla signora ferma davanti ad una vetrina,
possiamo scegliere o meno di comprare proprio quel regalo a nostro figlio, di
rispondere a quella telefonata di un amico che non sentiamo da due anni, di
salire su quell’autobus o aspettare il prossimo solo perché parlare con una
persona amata ci fa stare bene. E così via per le “grandi scelte”:
l’università, il lavoro, il matrimonio, i figli, il mutuo, i viaggi, gli
affetti.
Scegliamo noi.
Siamo solo ciechi davanti alle “piccole
scelte”, perché non ci accorgiamo di prenderle. Non diamo importanza al fatto
di aver sorriso a qualcuno o semplicemente all’aver ignorato una persona che ci
avrebbe donato una vita completamente diversa, se solo le avessimo chiesto “Sa
che ore sono?”.
Scegliamo noi. In maniera cosciente o meno.
E il destino non esiste.
E di conseguenza neanche il caso. Abbiamo dato
questo nome a tutto ciò che non riusciamo a prevedere o governare o
controllare. Se la vita sulla Terra è regolata dalle nostre scelte, niente
avviene per caso. Tutto ha una causa e tutto genera un effetto.
Il caso non è altro che un immenso sistema di
equazioni con miliardi di incognite. Chi per primo riuscirà a risolverlo sarà
padrone del mondo.
Quel giorno, sia questo un bene o un male, è ancora
lontano. Per ora limitiamoci ad evitare la parola “caso” e a considerare la
parola “scelta”.

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