Concludo ogni attività su questo blog così come le avevo iniziate. Con una preghiera.
Il Padre Eterno sta prendendo ancora del tempo, prima di donarmi felicità. Ma d'altronde, lui sa cosa fare. Sono in buone mani.
Il messaggio che tutti questi post volevano trasmettere era uno solo: amate, sempre e comunque.
Arrivederci a tutti, amici miei.
Claudio
Padre Nostro
martedì 24 settembre 2013
martedì 10 settembre 2013
Piccolo sole
Io sono sempre stato un tipo da inizi.
Non ho mai amato le conclusioni. Neanche quando erano state
inseguite per lungo tempo. Dopo l’ultimo esame al conservatorio, dopo la laurea
si è presentato sempre, puntuale, quel senso di smarrimento.
Quell’”e adesso?” che ti riempiva di vuoto.
Perché, accidenti a me, io sono fatto così. Mi affeziono.
Alle persone, prima di tutto. Per me, la morte, che sia essa
reale, o virtuale, mascherata da “perdersi di vista” o peggio ancora da “non ti
voglio più sentire”, è inumana.
Quella reale, con cui prima o poi ognuno di noi è costretto
a confrontarsi, in maniera inaspettata o meno, costituisce l’unico grande
errore della natura.
Quella virtuale è una scelta delle persone e, quindi, un
grande errore umano.
Odio le conclusioni. Odio la fine.
Immagino la vita come un piccolo sole, da cui nascono sempre
nuovi raggi, caldi ed abbaglianti, che non muoiono, ma vengono affiancati da
altri raggi, anch’essi caldi, anch’essi abbaglianti. E così per sempre.
La vita, però, termina. E allora ci tocca fare i conti
almeno con un finale.
Ok, l’accetto.
Possiamo evitare almeno noi di inventare altre fini ogni
giorno, però?
Io odio le conclusioni.
Perché mi affeziono. Alle persone. Ai progetti. Persino alle
cose. Ai simboli.
E, invece, sto per vivere un’altra fine. E gli dei, tutti
gli dei, mi saranno testimoni.
E se anche loro si distraggono, beh, allora proprio non
vale.
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lunedì 2 settembre 2013
Disarmato
Ci sono sere in cui le paure, tutte insieme, si danno appuntamento. Arrivano alla spicciolata, aspettando che sia buio, e affiorando dai cespugli una ad una.
C'è quella con un lungo abito scuro, capelli di un nero corvino inesistente in natura, viso pallido, occhi imperturbabili. Con lei non puoi trattare, sussurra fatti lontani ed incontrastabili. Al massimo puoi cercare di ignorarla voltandole le spalle, ma il suo sguardo, seppur non ricambiato, ti penetra costantemente. Si allontana un po' con la luce del giorno e con le dita su un pianoforte, ma qui ed ora, io sono disarmato.
Poi c'è quella castana, vestita di un bordeaux quasi funebre, con gli occhi sempre bassi. Lei non riesce a raccontare alcun fatto, lontano o vicino che sia, poiché l'affetto le ha cucito le labbra. Ciononostante, con il suo sguardo quasi liquido, comunica ogni gesto, ogni passo, ogni tocco. Ed è silenziosamente spietata.
Infine c'è la più longeva delle tre, bionda, bellissima, vestita in jeans e scarpe da ginnastica. Siamo cresciuti insieme io è lei, mi ha accompagnato per anni, anche se si è avvicinata solo in due o tre occasioni fino a sfiorare il mio viso con le labbra. È discreta, silenziosa, ma a suo modo sempre presente, soprattutto quando non ho altri interlocutori.
Sono davanti a me e si tengono per mano ed io, lo ripeto, sono disarmato.
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