Io sono sempre stato un tipo da inizi.
Non ho mai amato le conclusioni. Neanche quando erano state
inseguite per lungo tempo. Dopo l’ultimo esame al conservatorio, dopo la laurea
si è presentato sempre, puntuale, quel senso di smarrimento.
Quell’”e adesso?” che ti riempiva di vuoto.
Perché, accidenti a me, io sono fatto così. Mi affeziono.
Alle persone, prima di tutto. Per me, la morte, che sia essa
reale, o virtuale, mascherata da “perdersi di vista” o peggio ancora da “non ti
voglio più sentire”, è inumana.
Quella reale, con cui prima o poi ognuno di noi è costretto
a confrontarsi, in maniera inaspettata o meno, costituisce l’unico grande
errore della natura.
Quella virtuale è una scelta delle persone e, quindi, un
grande errore umano.
Odio le conclusioni. Odio la fine.
Immagino la vita come un piccolo sole, da cui nascono sempre
nuovi raggi, caldi ed abbaglianti, che non muoiono, ma vengono affiancati da
altri raggi, anch’essi caldi, anch’essi abbaglianti. E così per sempre.
La vita, però, termina. E allora ci tocca fare i conti
almeno con un finale.
Ok, l’accetto.
Possiamo evitare almeno noi di inventare altre fini ogni
giorno, però?
Io odio le conclusioni.
Perché mi affeziono. Alle persone. Ai progetti. Persino alle
cose. Ai simboli.
E, invece, sto per vivere un’altra fine. E gli dei, tutti
gli dei, mi saranno testimoni.
E se anche loro si distraggono, beh, allora proprio non
vale.

Distractions, sometimes, lead way to new conclusions. I hate endings, too, but find that after the new change has occurred, I'm better off and more content.
RispondiEliminaHave a blessed night, Claudio.
Hugs from America!