Stasera non avrei voluto scrivere. Troppi pensieri in una situazione ormai ben delineata.
E quando il momento è chiaro e i flussi di immagini e sensazioni sono troppi ogni minuto sembra un mese.
Poi però ho pensato che la scrittura ha aiutato me nelle ultime settimane. E che forse stasera, pardon, stanotte devo io qualcosa a lei.
E così eccomi qui, con il mio MacBook sul lettino al quale con fatica sto cercando di abituarmi.
E' stretto, un po' scomodo, sembra quasi volermi ricordare il mio raggio d'azione. Limitato, molto limitato.
Questi giorni, dopo i passi fatti, sono estremamente duri. Non so che succede, dove succede, quando e chi vi partecipa. Non so nulla. Mi arriva solo una eco lontana e qualche aggiornamento sporadico. A consuntivo.
E io odio vivere "a consuntivo". Io ho bisogno di decidere, di buttarmi, di ardere.
Ora c'è poco da decidere. C'è da accettare. Inutile tentare di ignorare, ci ho provato ed ho ottenuto risultati pessimi, talvolta imbarazzanti.
Tutti intorno a me vivono con semplicità, con leggerezza.
Io invece no. Io passo le mie giornate a pensare. Analizzare. Sperare. Valutare. Ipotizzare.
Godo di piccole gioie momentanee, frutto della eco lontana famosa.
Chi mi ha vicino nota un cambio d'umore repentino, che dona vita per una ventina di minuti.
Poi il tempo senza eco comincia a sembrarmi troppo di nuovo e si ricomincia. Pensare, analizzare, sperare, valutare, ipotizzare.
Vittima di due incantesimi: uno per perdere la ragione, l'altro per non volerla recuperare.
Domani è un altro giorno, diceva quella. E io, francamente, non me ne infischio affatto.

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