Il dolore che hai dentro ha una memoria da elefante, non si scorda di te. Appena abbassi la guardia ti fotte. E tu piombi nei ricordi, nei desideri, nella solitudine interiore.
Sì, interiore.
Perché poi, per lavoro, per necessità e per scelta, ti girano intorno tante persone.
Ma sei sempre solo e nel posto sbagliato.
Ho provato a parlare con chiunque. Colleghi, familiari, amici, ho detto di sì a cene, birre e corse nel parco, ho sfoderato anche qualche battuta, poco convincente. Ero sempre in un luogo dal quale volevo andare via e le persone intorno erano un intralcio.
Un intralcio parlante, che si riempie la bocca della parola "tempo". Come convinco tutti che il tempo non è una cura universale? Forse con una metafora.
Supponiamo di riuscire a tenere una mano sul fuoco, a lungo, fino a quando il tempo non avrà fatto sì che il fuoco si estingua autonomamente. La mano è bruciata. Punto.
Vi è chiaro ora?!
E' una trasformazione irreversibile. Diceva un mio vecchio amico: "Una salsiccia non tornerà mai maiale".
Quindi, vuoi o non vuoi, del tempo non me ne faccio niente.
Continuerò a scherzare, ad essere forte, prendendo in giro me e gli altri.
E poi un giorno mi fermerò, in silenzio. Non avrò nient'altro da dire. E allora non chiedetemi niente.
Punto 0.

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